Da eroi a bidoni: a volte le stelle semplicemente si spengono
Articolo del 2009 tratto dal sito web www.sport.tiscali.it

Alcune stelle come Beckham ritornano a splendere, altre minacciano di spegnersi (a proposito, come sta Ronaldinho?). L’ultimo è stato Quaresma, ma i precedenti non mancano: Rivaldo, Rush, Pancev, Scifo, Renato, Hagi, Gascoigne, Victorino, Futre, Oliveira e tanti altri. I nomi illustri e carichi di attese, arrivati in Italia e risultati incapaci di mantenere le promesse sono molti. Avevano scritto belle pagine nel calcio internazionale o nei loro precedenti club ma, una volta sbarcati nel campionato “più bello del mondo”, hanno fatto
flop. Bidoni, a ben vedere. “Pacchi” ad alta potenzialità deludente per dirigenti e tifosi, che in loro avevano riposto tante speranze. Eppure, spesso, si è trattato di star importanti o di vere promesse. Astri sorgenti nel cielo del calcio come
Mika Aaltonen,
finlandese pallido, che fece strabuzzare gli occhi al Presidente nerazzurro Pellegrini quando infilò Walter Zenga da 30 metri a San Siro. I
Patron dell’Inter, si sa, sono facili all’innamoramento e così Ernesto lo volle acquistare subito. Lo affidò però a Maifredi, collocandolo al Bologna. Un modo per prepararlo al salto nella grande squadra. Ma il nordico non riuscì a imbroccare la strada. Finì col giocare 37 minuti in tutto, prese la Laurea in Economia e se ne tornò a casa a fare l’insegnante.
Nemmeno un caso isolato all’ombra della Madonnina, dove non mancano le delusioni cocenti. Sempre sulla sponda nerazzurra sono maturati altri bidoni. Senza badare alle delusioni più fresche, quelle che richiamano – oltre a
Quaresma, pupillo di Mourinho, candidato a riprovarci col Chelsea – tipetti come l’
Adriano degli ultimi tempi, ma anche
Andy Van Der Meyde, protagonista di tanti dolori per i più assidui interisti, o
Ciriaco Sforza, voluto da Moratti nel ’96 per appagare le ambizioni di Roy Hodgson. Doveva orchestrare da centrocampo le azioni interiste e, invece, il disordine regnò sovrano. Rimase solo un anno e segno 1 gol in 26 partite. Emblematico anche il caso di Marcos André Batista Santos detto
Vampeta, un miscuglio fonetico derivante da
vampiro e
capeta, che significa diavolo. Proprio un caso eclatante di
desaparecido inimitabile. Nella Fluminense e nel PSV Eindhoven, in Olanda, gioca non male. In Europa vince anche uno Scudetto e una Supercoppa. In Brasile, col Corinthias, un campionato e un Mondiale per Club. Sembra destinato a sfondare in Verdeoro e l’Inter non vuole lasciarselo sfuggire. Del resto anche Ronaldo parla bene di lui. Così i nerazzurri gli fanno un quadriennale. All’esordio il centrocampista segna subito contro la Lazio, in Supercoppa, anche se l’Inter perde 4-3. Il Vampiro però non morde e il Diavolo ci mette la coda. In un modo o nell’altro Vampeta non gioca, non orchestra le manovre interiste, delude e l’Inter sprofonda in classifica. In poco tempo lo rimettono su un aereo e lo spediscono in Francia al Paris Saint Germain. Era avvelenato e parlò malissimo di Massimo Moratti accusato di “non capire di calcio”. Picchiò anche la madre dei suoi figli e si infortunò gravemente. Non scordò mai la brutta avventura in Italia.
Sul versante rossonero uno dei casi più recenti è quello di
Oliveira, l’attaccante con licenza di goleada preso dal Milan per riempire il vuoto lasciato da
Shevchenko, catturato dalla corte di Abramovich. L’inizio è da leone. E’ il 9 Settembre del 2006. C’è Milan-Lazio e il brasiliano, pagato 17 milioni di Euro, assapora subito la gioia del gol. L’uscita è di tutt’altro tenore: dopo quel botto iniziale arrivano solo altre 2 reti, tanto che in 26 partite disputate le realizzazioni sono appena 3. La società di via Turati lo licenzia mandandolo al Real Saragozza per 2 milioni (diritto di riscatto fissato a 10) e Galliani chiude la vicenda laconicamente: “Ci abbiamo rimesso, ma è meglio così”. Ma anche
Dhorasoo lasciò l’amaro in bocca a Milanello. Sbarcò oltralpe con un bagaglio di credenziali incredibile, ma non riuscì a sfondare e tornò presto al PSG. Un po’ quello che si verificò con
Blissett, l’inglese-giamaicano che si mise in mostra nella
Premier League arrivando a vincere il titolo di capocannoniere nella stagione 1982-83. Il Milan lo ingaggiò con tante speranze. Ma in 30 presenze il giocatore realizzò appena 5 gol distinguendosi solo per il numero esagerato delle occasioni mancate, come quella indimenticabile del rigore di Coppa Italia tirato direttamente in tribuna. Il grande Brera lo etichettò subito “Callonissett”, incrociandolo con il pur bravo Egidio Calloni, detto “lo sciagurato”, per le occasioni da gol sprecate in carriera. Dimostrazione, ancora una volta, che cambiare aria non sempre è salutare. Eppure si trattava, spesso, di veri campioni col
curriculum colmo di allori.
Un esempio macroscopico fu quello di
Rivaldo, eroe brasiliano dal passato costellato di trofei. Giocò col Corinthias e col Brasile. Sbarcò in Spagna e fece un gran campionato col Deportivo la Coruna, il trampolino che lo catapultò al Barcellona dove brillò per 5 campionati, vincendo di tutto. La fama accumulata in blaugrana era enorme, tanto che vinse nel ’99 il
Pallone D’Oro e il
Fifa World Player. Così il Milan se ne invaghì e lo portò a casa nel 2002. Nella prima partita col Modena fece venire l’acquolina in bocca ai
supporter rossoneri insaccando un gol incredibile, di tacco. Peccato che l’arbitro lo annullò. Alla quinta giornata tuttavia riuscì a segnare regolarmente, ma, in 22 partite, i suoi centri si fermarono a 5. L’anno successivo l’
Extraterrestre, come lo chiamavano, se ne andò. Forse era sbagliato il ruolo nel quale si pretendeva di farlo giocare ma sicuramente fu un fiasco. Fortuna che al Milan era appena arrivato un certo Kakà, destinato a splendere di gran luce e, tutto sommato, Rivaldo fece bene ad emigrare in Grecia.
Non andò bene nemmeno alla Juventus l’impresa di trovare un beniamino per i suoi tifosi, in grado di non far rimpiangere Platini. Pensò di farlo ingaggiando
Ian Rush per 7 miliardi di allora, il 1987. L’attaccante del Liverpool segnava reti a grappoli e si fregiava di ogni trofeo disponibile. Perfino di una
Scarpa D’Oro. Il gallese realizzò con i
Reeds 140 gol in 7 stagioni, senza contare quelle in campo internazionale. Credenziali da primo della classe, che non bastarono però a farlo trovare a suo agio nella nostra Serie A. I difensori italiani erano più duri, evidentemente, di quelli anglosassoni e realizzò appena 7 reti in 29 presenze. Un grigiore assoluto. A fine stagione rifece il biglietto per l’Inghilterra e si risistemò al Liverpool. Non riuscì più a trovare lo spirito di prima e la sua carriera andò sempre più inclinandosi.
Qualcuno si ricorderà anche il biondo Stefan Effenberg, nazionale tedesco diventato speranza viola,sempre di cattivo umore, che alla Fiorentina non rispettò alcuna promessa . Campioni al tramonto, bidoni, nani e ballerini di un campionato, quello italiano, che se non è “il più bello del mondo”, è sicuramente tra i più difficili. Come sperimentò
Iván de la Peña López, detto
Piccolo Buddha e
El Pelat in Spagna. Lo prese la Lazio nel 1998 e portò bene, all’inizio, perché i biancoceleste conquistarono, con lui, la Supercoppa Italiana contro la Juve. Tutto lì, comunque. Perché successivamente non regalò altre soddisfazioni ai sostenitori laziali. Troppo lento, nonostante fosse bravo nel
dribbling. L’anno successivo fu venduto all’Olimpique Marsiglia. E che dire del
Colo Colo Hugo Rubio, definito da qualcuno (molto ottimista) il
Maradona delle Ande. Lo prese il Bologna, insieme a un altro cileno, ma solo lui fu considerato degno di giocare in Italia. Il
Passero disputò solo 14 partite e non segnò mai. Ah, l’altro cileno scartato da Maifredi, perché ritenuto “troppo leggerino”, si chiamava Ivan Zamorano. Quello che giocando con Siviglia, Real Madrid e Inter divenne uno dei più grandi
goleador al mondo, in quel periodo. Al Bologna andò male anche un’altra volta. Con
Eneas, uno dei primi stranieri approdati in Italia. In Brasile era un talento dal futuro roseo, pressoché segnato. In Emilia aspettavano un nuovo Pelè, si ritrovarono un giocatore simpatico, che alternava giocate funamboliche a enormi svarioni. Gli vollero bene, come si fa con un amico scapestrato e buontempone, ma, dato che soffriva di freddo e di
saudade, l’allenatore non lo fece giocare quasi mai, e alla fine tornò nel suo Brasile. Giocò 17 partite e segnò 3 gol: ne sbagliò però più di 30. Solo un accenno, a furor di popolo, per
Renato Portaluppi, che a Roma si distinse più per la forte presenza nelle cronache mondane che per le giocate in campo.
Non scherzò, quanto a flop flagrante, neppure
Victorino. L’uruguagio fu proiettato all’attenzione collettiva dal
Mundialito del 1981. In Uruguay-Italia
El Piscador fece impazzire i difensori azzurri e segnò un gol. Il Cagliari credette di fare un colpaccio ingaggiandolo, ma fu una vera bidonata. Solo 10 gare disputate e sardi in Serie B a fine stagione. Quando se lo presero al Newell’s Old Boys, i dirigenti rossoblù fecero salti di gioia. Cadde male anche la Fiorentina con
Edmundo, detto
O’ Animal. Per una volta che lo lasciarono in panchina, lui se ne tornò in Brasile sbottando “sono un campione, non possono trattarmi così”. Senza di lui però i viola vinsero, anche contro la Juve, e la sua vicenda nel Belpaese, pian piano, si concluse, anche per colpa di problemi personali e giudiziari. Anche lui non scordò mai, probabilmente, l’esperienza italiana. Non sempre le stelle annunciate brillano. A volte, semplicemente, si spengono.
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